The story
Benvenuti nel sestiere di Cannaregio. Mentre attraversate il piccolo ponte che conduce nel campo del Ghetto Nuovo, fermatevi un istante e lasciate che l'atmosfera vi avvolga. Sentite come i rumori della Venezia più frenetica sembrano svanire?
Siete appena entrati in un luogo che ha cambiato il corso della storia, dando al mondo intero una parola nuova, carica di significati profondi: Ghetto. Ma sapevate che in origine questo termine non aveva nulla di tragico? Siamo nel 1516, e la Repubblica di Venezia decide di confinare la comunità ebraica in quest'area.
Qui, anticamente, sorgevano le fonderie pubbliche dove si gettava il metallo fuso. In dialetto veneziano, "gettare" si diceva "geto". Quando arrivarono i primi ebrei aschenaziti, la loro pronuncia dura trasformò quel "geto" in "ghetto".
Senza saperlo, avevano appena coniato un termine che avrebbe fatto il giro del pianeta. Guardatevi intorno ora, sollevate lo sguardo verso le facciate delle case. Notate qualcosa di strano?
Questi edifici sono incredibilmente alti, quasi dei grattacieli per gli standard veneziani. Poiché lo spazio era limitato dalle mura e dai canali che circondavano il quartiere, e la popolazione continuava a crescere, non restava che costruire verso l'alto. Alcuni palazzi arrivano a otto piani, con soffitti bassissimi, una soluzione architettonica unica nata dalla necessità e dalla resilienza.
Al centro del campo, vedete i pozzi in pietra d'Istria e gli alberi che regalano ombra. Qui la vita pulsava tra mercati e scambi. Se osservate le sommità di alcuni palazzi, noterete delle piccole cupole o delle file di cinque finestre ravvicinate.
Sono le Scole, le sinagoghe. Dall'esterno dovevano essere discrete, quasi invisibili per non sfidare le leggi della Serenissima, ma all'interno sono gioielli di barocco veneziano, con legni intarsiati e lampadari di Murano. Ce ne sono cinque, una per ogni "nazione" o rito: tedesco, italiano, spagnolo, levantino e portoghese, a testimoniare quanto Venezia fosse già allora un crocevia cosmopolita.
Sotto i portici, cercate l'insegna del Banco Rosso. Era uno dei banchi dei pegni dove i veneziani, nobili o popolani, venivano a chiedere prestiti. Si dice che il colore rosso della ricevuta che veniva consegnata ai clienti abbia dato origine all'espressione "essere in rosso".
Ed è proprio qui, tra queste ombre e queste luci, che Shakespeare immaginò il suo Shylock nel Mercante di Venezia. Prima di lasciare il campo, soffermatevi davanti ai bassorilievi in bronzo di Arbit Blatas. Sono monumenti che ricordano la Shoah e la deportazione.
È un momento di silenzio necessario, un ponte tra il passato glorioso e le ferite del Novecento. Ma poi, tornate a guardare le botteghe d'arte, sentite il profumo del pane azzimo e dei dolci alle mandorle che esce dai panifici kosher. Il Ghetto non è un pezzo di storia congelato, è un quartiere vivo, pulsante, che continua a raccontare la straordinaria capacità dell'uomo di creare bellezza e comunità, anche tra confini angusti.
Continuate ora la vostra passeggiata, lasciando che ogni pietra vi sussurri il suo segreto.