The story
Benvenuti nel cuore pulsante della Venezia mercantile, qui, in Campo San Giacomo di Rialto. Se vi guardate intorno, vedrete la facciata di una delle chiese più antiche della città, con il suo enorme orologio che per secoli ha scandito i ritmi degli scambi commerciali. Ma oggi non siamo qui per parlare di mercanti o di spezie.
Avvicinatevi a quella figura ricurva, quasi schiacciata dal peso di una piccola scala di pietra, posta proprio di fronte alla chiesa. È lui, il Gobbo di Rialto. A prima vista, questa scultura del sedicesimo secolo, opera di Pietro da Salò, sembra solo un bizzarro elemento decorativo.
In realtà, il Gobbo era un ingranaggio fondamentale della giustizia veneziana. Da questa scala, il "Commandador" leggeva ad alta voce le nuove leggi della Serenissima e annunciava le sentenze capitali. Ma il Gobbo nasconde un passato molto più crudo e doloroso, legato a una tradizione che i veneziani chiamavano la corsa delle frustate.
Immaginate questo campo secoli fa, non affollato di turisti, ma gremito di cittadini che accorrevano per assistere a una sorta di macabro spettacolo. Il condannato, colpevole di piccoli reati o furti, veniva denudato e legato a una colonna in Piazza San Marco. Da lì iniziava il suo calvario.
Veniva spinto lungo le Mercerie, la via che collega San Marco a Rialto, mentre i boia lo colpivano ripetutamente con le fruste. Lungo tutto il percorso, la folla non restava a guardare in silenzio: il malcapitato veniva insultato, schernito e talvolta colpito da ortaggi o pietre. Per il condannato, il dolore era lancinante, ma c’era un obiettivo, un miraggio di salvezza che gli permetteva di continuare a correre: il Gobbo.
Questa statua rappresentava il traguardo finale. Una volta raggiunto il Campo di Rialto, il prigioniero doveva correre verso la scultura e baciarla. Quel bacio, dato a una pietra fredda e logora, segnava la fine ufficiale del supplizio.
Era l'istante in cui le frustate cessavano e il condannato veniva finalmente lasciato in pace, seppur segnato nel corpo e nello spirito. Con il tempo, la pietra del Gobbo è stata levigata non solo dagli agenti atmosferici, ma dalle labbra di migliaia di disperati che vedevano in lui la fine di un incubo. Osservate bene la statua.
Noterete come i tratti siano consumati. Oltre a essere il punto d'arrivo dei condannati, il Gobbo divenne anche una "statua parlante", un po' come il Pasquino a Roma. Qui i veneziani affiggevano biglietti anonimi e versi satirici per criticare il governo o sbeffeggiare i nobili, dando voce a chi non ne aveva.
Mentre proseguite la vostra passeggiata tra i banchi del mercato, portate con voi questa immagine: un uomo di pietra che, per secoli, ha offerto l'unico conforto possibile a chi non aveva più nulla se non la speranza di un ultimo, disperato bacio.